La percezione della qualità

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Come base di partenza, restando in tema di moto, consiglio la lettura del libro di Robert M. Pirsig “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”.
Non c’entra con la fotografia e nemmeno tanto con le moto, ma affronta in modo molto interessante il concetto di qualità: l’autore stesso, in una fase precedente della propria vita, finisce per impazzire, ossessionato dalla ricerca di dati oggettivi della qualità.
La contraddizione che lo fa “svalvolare” è proprio qui: ogni individuo ha una percezione diversa della qualità e non esistono di fatto dei dati oggettivi per dare un giudizio. Quelle poche osservazioni oggettive spesso vengono travolte da una marea di considerazioni soggettive. Esempio: prendete un CD musicale. Un tecnico del suono ascolterà la “qualità” della registrazione e la risposta in frequenza degli stumenti. Un musicista si concentrerà sulla bravura di chi nel CD suona il suo stesso strumento. Un produttore artistico giudicherà la bontà degli arrangiamenti e il ritmo dato dalla scelta dell’ordine dei brani. Un critico sarà influenzato dalla fama o dall’impegno dell’artista che firma il CD. Un appassionato valuterà l’aderenza al genere o allo stile musicale che preferisce. Un semplice ascoltatore alla fine dirà “mi piace” o “non mi piace”, che in questi casi è l’unica vera cosa che conta!
Anche per le foto è così, con innumerevoli sfumature, e per questo non pretendo di parlare a livello assoluto. Descriverò di seguito solo il mio processo, mentale e pratico, al momento di selezionare le foto che darò alla Redazione per l’eventuale pubblicazione. Attenzione: dal CD che consegnerò verranno poi scelte solo alcune foto, in base a criteri qualitativi propri di un’altra persona e alle necessità specifiche dell’impaginato. Inoltre la stampa su carta di giornale, con il sistema in quadricromia, darà a sua volta dei risultati ulteriormente diversi dalle aspettative di tutta la catena di persone che sono intervenute.
Ecco quindi come mi comporto io, per la parte del processo che mi compete.
1) una volta scaricate le schede nel computer faccio una prima selezione in base all’inquadratura. Voglio vedere il gesto atletico, la sensazione esatta di quello che il pilota sta facendo, all’apice esatto del gesto stesso. Molto importante per me è anche lo sfondo, che non deve interferire con il soggetto ma esaltarlo (qui conta la capacità e il gusto del fotografo)
2) scelte le inquadrature verifico la messa a fuoco: non ho pietà per i miei scatti, devono essere perfettamente incisi e dettagliati già alla fonte, senza dover ricorrere a pasticci in fotoritocco come sharpening o maschere di contrasto (che oltretutto aumentano la percezione del dettaglio all’occhio umano ma in realtà lo riducono di molto!). Personalmente nella zona che definisco a fuoco voglio vedere le cuciture, la trama del tessuto, i pori della pelle… (qui conta la qualità del corpo macchina/sensore e la bontà delle ottiche)
3) la terza fase riguarda l’esposizione: non voglio assolutamente vedere neri tappati o bianchi bucati, la gamma tonale deve essere rispettata, per questo uso sempre un esposimetro esterno
4) arriva il momento dei colori: di solito calibro attentamente il bilanciamento del bianco delle mie digitali (e del monitor) non fidandomi e accontentandomi quasi mai del bilanciamento automatico. Anche così capita che i bianchi siano sporchi o imperfetti, per cui alle volte procedo con una taratura fine dello scatto RAW in Lightroom
A questo punto è facile capire come spesso da 7-800 scatti finisca per selezionarne solo un centinaio o meno, diciamo in generale un 15-20% salvo situazioni eccezionali o particolarmente fortunate. La mia intransigenza dipende molto anche dalla considerazione che la stampa su un normale giornale abbassa di molto la qualità di qualsiasi foto, per cui ogni scatto meno che perfetto risulterebbe scadente ai miei occhi una volta pubblicato.

L’esposimetro esterno

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E’ un accessorio che può fare la differenza nella qualità delle foto. Nonostante gli esposimetri interni delle reflex (sia digitali che a pellicola) siano ormai da anni molto precisi, c’è qualcosa che ancora non possono fare: la lettura della luce incidente. L’esposimetro interno alla macchina fotografica legge infatti la luce riflessa dai soggetti e fornisce un dato che (a seconda dell’eventuale automatismo scelto) va a generare una accoppiata tempo e diaframma per la corretta esposizione della foto. Ma il limite della lettura a luce riflessa è insito nel suo stesso nome: la luce misurata è quella riflessa dal soggetto e non quella che effettivamente lo illumina. Il classico errore dell’esposimetro interno è rappresentato dalle sottoesposizioni di soggetti molto chiari o riflettenti (neve, sabbia, cielo) o la sovraesposizione di quelli scuri (ad esempio un cane nero su sfondo scuro). Non solo si perde la corretta esposizione, ma si arriva ad ottenere una errata corrispondenza tra i colori, per cui anche “aprendo” la foto sottoesposta in Photoshop (ad esempio) la relazione tra i diversi toni della scena sarà comunque sfasata. Ovvio che lavorando in automatismo e in lettura multizona la percentuale di errore sarà molto bassa (le CPU interne ai corpi macchina hanno infatti al loro interno decine di migliaia di “inquadrature tipo” che permettono il calcolo dell’esposizione migliore possibile) ma in una certa misura la scelta è comunque affidata ad un programma e non al fotografo. Con l’esposimetro esterno le cose cambiano: non si punta verso il soggetto ma dal soggetto si punta verso la fotocamera. L’esposimetro esterno (attraverso il diffusore posto sopra la cellula di misurazione) leggerà dunque l’effettiva quantità di luce che va a colpire il soggetto (luce incidente) che stiamo fotografando, eliminando tutti gli aspetti fuorvianti dati dalla “riflettanza” dello stesso. Uno specchio pulito e un polveroso sacco di juta, posti nella stessa posizione, riceveranno la stessa luce e daranno dunque lo stesso valore (cosa che non accadrebbe se usassimo la lettura riflessa dell’esposimetro interno alla macchina). Avere il controllo su una foto è di fatto avere il controllo sulla luce che disegna e plasma il soggetto, quindi migliori e più precise saranno le informazioni sulla luce reale che colpisce il soggetto in questione, migliore sarà la foto.

Esclusiva: una scelta pericolosa

(ASCA) – Roma, 27 giu – Antonello Zappadu, il fotografo che  ha scattato le foto di Villa La Certosa, denuncia che  l’azienda da cui dipende, il gruppo E-Polis, che fa  riferimento al finanziere Alberto Rigotti, intenderebbe  procedere al suo licenziamento.

Allo Zappadu sarebbe stata inviata una lettera di  contestazione da parte dell’azienda per violazione  dell’esclusiva nel rapporto professionale.  ”Mi e’ stato confermato dal Comitato di Redazione che ci  sarebbe una lettera di licenziamento – dichiara all’ASCA il  fotografo sardo -. Secondo loro, perche’ avrei lavorato  quando ero in malattia ed inoltre perche’ ci sarebbe dovuto  essere un rapporto di esclusivita’, cosa che era gia’ stata  superata con Nicola Grauso, il vecchio editore”.

Zappadu mette in connessione il fatto con le foto da lui  scattate a Villa La Certosa al premier, Silvio Berlusconi, e  ai suoi ospiti, e successivamente diffuse: ”Il punto  cruciale – aggiunge il fotografo – e’ che ho fatto delle foto  a Berlusconi che sono andate in giro per il mondo e al  giornale non e’ piaciuto”.  Alla richiesta di un commento sull’episodio, Zappadu si  limita ad affermare: ”Cosa dovrei dire? Le cose vanno cosi’  in Italia, cerchiamo di combatterle”.

Il problema dell’esclusiva, che in questo caso evidentemente ha dei risvolti anche politici, in realtà è da considerare con la massima attenzione.  Nel mio settore pochi o nessuno hanno un contratto con il giornale per cui lavorano, e nella maggior parte dei casi i rapporti tra fotografo e testata o redazione di turno sono spesso basati sulla parola e la buona fede.

Non appena, per un motivo o per l’altro, il fotografo in questione “entra” nelle grazie dei redattori (alla fine è quella la parte più difficile…)  il suo lavoro diventa importante per la testata, che cerca di vincolarlo in tutti i modi con un accordo di collaborazione esclusiva.

Dovrebbe essere il punto di arrivo di ogni fotografo, e invece spesso è l’inizio della fine di un rapporto.

L’esclusiva è infatti a senso unico, ovvero il fotografo non può collaborare con nessuna altra testata, mentre la testata può collaborare con tutti i fotografi che vuole. Inoltre il rapporto scivola immediatamente sul piano del tacito ricatto: fai il bravo e noi continuiamo a farti lavorare… Già, perchè il fotografo, in cambio di questa “esclusiva” modello Forche Caudine non riceve nulla in cambio se non la speranza che la sua fedeltà venga premiata con un flusso di lavoro continuativo.

Ma c’è sempre il momento nella vita di ogni fotografo di reportage in cui gli capita di scattare del materiale che – finalmente – può far fruttare qualche dollaro in più della miseria che riceve normalmente. Magari cerca qualche testata straniera o qualche sito web minore… Errore gravissimo! Ogni caporedattore, oltre che possedere le vostre foto (presenti e future) crede di possedere anche la vostra anima, e questo per lui sarà un tradimento inaccettabile: andate piuttosto a letto con sua moglie (se ne vale la pena) ma non toccategli l’esclusiva!

State molto attenti, dunque, ad accettare qualsiasi tipo di esclusiva perchè adesso può sembrarvi una mossa giusta per portare a casa il lavoro (cosa non affatto garantita) ma al primo sgarro, anche minimo, il lavoro lo avrete perso completamente. E questo, invece, è garantito.

Apologia della compattona

foto © Pietro Ambrosioni

Tra le cose che mi porto sempre dietro c’è anche questa Canon PowerShot G7. E’ sufficientemente compatta da essere trasportata in una tasca dei pantaloni (beh, almeno una delle mie tasche, visto che indosso quasi sempre i cargo-pants, quelli con le tascone laterali) ma abbastanza grande da “accogliere” una serie di funzioni che ne permettono l’uso molto avanzato. A me soprattutto interessano il blocco dell’esposizione (fondamentale nelle inquadrature con molto contrasto – tramonti, spiagge, nuvole nel cielo, panorami con il mare o la neve), la scelta tra priorità di tempi o diaframmi e la possibilità di esporre il flash per lo sfondo (la funzione “ritratto notturno” che ormai c’è anche sulle compattine da 59 Euro – serve a non avere dei fantasmi bianchi in primo piano e lo sfondo nero). Uso poi moltissimo l’attivazione forzata del flash, che combinata al blocco dell’esposizione mi permette di avere lo sfondo esposto in modo “drammatico” – generalmente -1 stop rispetto al soggetto in primo piano – e un bel flash in fill-in per schiarire il mio soggetto. Sulla G7 questa tecnica può essere portata fino agli estremi visto che sul top del case c’è un attacco a slitta standard e ci posso montare su un flash professionale. L’unico neo di questo gioiellino (che nel frattempo è arrivata alla versione G11)  è la mancanza di un vero grandangolare: l’ottica si ferma all’equivalente di un 35mm sul formato 24×36. Mi piacerebbe poi avere la possibilità di scattare in RAW: la G11 permette il RAW (e pare sia anche molto veloce a scrivere sulla card) ed ha un obiettivo che almeno arriva all’equivalente dei 28mm sul formato 24×36… già sento il canto delle sirene!

Sta di fatto che anche con la G7, grazie anche ai controlli totalmente manuali in caso di necessità,  ho realizzato più di un servizio che è finito su riviste e siti molto quotati… nonostante siamo nell’era del digitale non è comunque sempre l’abito che fa il monaco!

Vivere di fotografia

Sfatiamo il mito: con l’avvento del digitale molti si sono improvvisati fotografi, confidando nel fatto di non spendere un soldo in pellicola e sperando magari di convertire scatti mediocri in foto spettacolari grazie a qualche software miracoloso. Ci piaccia o no, la fotografia sportiva ormai è questione di investimenti e di tanti anni di marciapiede.
Parlando del mio settore, Supercross, Motocross e Supermotard, tutti i fotografi più noti, quelli che lavorano di più in Italia ed all’Estero, e che sono riconosciuti come bravi professionisti, non hanno investimenti inferiori ai 50/60mila Euro in attrezzatura. Sto parlando di corpi macchina, ottiche, flash, esposimetri, filtri, accessori vari, cavalletti, borse e custodie, schede di memoria, hard disk esterni, batterie, computer e relativo software. Fate due conti e vedrete che le cifre salgono in fretta, MOLTO in fretta. La figura dell’artista che con poca attrezzatura fa la differenza grazie al suo talento è scomparsa negli Anni ’70, da quando in pista si deve lavorare ad una ragionevole distanza di sicurezza. E i teleobiettivi, quelli "giusti", non li regalano…
Quindi il primo vero sbarramento per vivere di fotografia sportiva, nel nostro ambiente ma anche in molti altri, sta nel quanto si è disposti a spendere.
Poi arriva la seconda parte, difficilissima: saper usare il materiale che avete acquistato. Così come avere la Ferrari di Schumacher non vi farà vincere automaticamente il Mondiale di Formula 1, non sarà l’attrezzatura a farvi fare foto migliori. E’ solo un mezzo, che va conosciuto estremamente bene, ma che da solo non vi porterà molto lontano. Farete a pezzi qualsiasi fotoamatore nella garetta locale ma ad alto livello tutta la concorrenza sarà attrezzata come, o forse meglio di voi.
Mettiamo adesso in conto che abbiate l’attrezzatura e che sappiate usarla, ad alto livello. Con il digitale non è finita qui: il rullino potevate consegnarlo in redazione e al resto pensavano loro, ora non più. Al fotografo si richiede di fornire file pronti per l’impaginazione, bilanciati cromaticamente e il più possibile neutri come tonalità e contrasto. Dovrete quindi saper scegliere il software giusto per preparare i vostri file e imparare ad usarlo in rapporto ai risultati che vi ritroverete su carta stampata (quella del giornale, non quella della vostra stampante a casa).
Ma per arrivare a questo livello prima avrete dovuto lottare con i denti per ricavarvi un piccolo spazio all’interno dell’agguerrita concorrenza, avrete dovuto sputare sangue per avere uno straccio di opportunità per dimostrare il vostro valore, e spesso la prima chance si rivela l’unica se non sarete in grado di giocare bene le vostre carte. In poche parole dovrete essere bravi, veloci, affidabili, fornire file perfetti in tempo zero, e a un costo competitivo. Parlo di foto inquadrate bene, in modo magari personale, scatti perfettamente a fuoco e che ritraggano l’apice del gesto sportivo, preferibilmente su uno sfondo neutro ma che lasci intuire la location e la situazione in cui la foto è stata scattata. Già… le redazioni sono MOLTO esigenti, soprattutto con i novellini. Se ce la farete fin da subito sicuramente vi si apriranno le porte del professionismo e potrete guadagnare abbastanza da dedicarvi al 100% alla fotografia, in caso contrario potreste aspettare anni prima di avere una seconda chance.
Ultimo step: siete professionisti affermati e vivete di fotografia. Non potete comunque sedervi sugli allori. Esiste una vera orda di giovani talentuosi, pronti a portarvi via il posto. Da un professionista ci si aspetta costanza di risultati, deve comunque portare a casa le foto anche in situazioni avverse, senza scuse. E deve continuamente innovare e rinnovarsi, chi si ferma è perduto!