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Dietro le quinte

Due foto che rappresentano il setup usato per scattare una delle foto del catalogo AXO 2011. Nella prima si vede il set, con la modella che mi viene incontro, il modello e la moto sullo sfondo e la fila di calze appese che fa da “sipario”.

Ho scattato in luce naturale ma siccome il sole era ancora molto alto (nonostante fosse gia’ tardo pomeriggio nel deserto californiano) ho piazzato anche un flash con parabola da 7″ che illuminasse la modella lateralmente, schiarendo le ombre e dando un po’ di tridimensionalita’ alla scena che altrimenti sarebbe stata troppo “piatta” con la sola luce ambiente.

Flash Alienbees B800 a piena potenza, alimentato da unita’ batteria Vagabond II. Corpo macchina Canon 5D con obiettivo Canon EF70-200 f/4 L IS. Qui sotto uno degli scatti ottenuti con questo setup.

Si ricomincia nel nuovo studio!

Oggi ho inaugurato il mio nuovo studio ad Atlanta con una serie di scatti per GIVI USA. La foto (non ancora definitiva) sarà usata per la homepage di un sito collegato, per cui il low-key serve a far vedere il prodotto ma lascia ampio spazio per inserire logo, menu e un po’ di testo.

Nella prima foto si vede il setup: un softbox sospeso sopra le tre valigie come key light, con un pannello bianco che riflette direttamente sul logo GIVI della valigia laterale per metterlo in evidenza. La seconda luce è uno stripbox a bassissima potenza, giusto sufficiente ad illuminare il profilo della valigia laterale e di quella superiore, in modo da dare profondità.

Corpo macchina Canon EOS 5D con Canon EF 28-70 f/2.8 L – ISO 100 1/125 di secondo a f16.

La foto qui sotto è il risultato del set.

Dragging the shutter

E’ un termine che si usa in generale quando si parla di bilanciamento tra la luce flash e la luce ambiente. E’ puro slang fotografico ma nasce da un concetto che è spesso poco chiaro alla maggior parte dei fotografi meno abituati all’uso del flash.

“To drag” in inglese letteralmente significa trascinare, quindi la frase in questione significa trascinare l’otturatore, ovvero “forzarlo” verso un tempo più lento.

Prima di tutto un concetto base: il diaframma controlla QUANTA luce lasciate arrivare al sensore, mentre l’otturatore controlla per QUANTO TEMPO la fate arrivare al sensore.

Ora considerate la DURATA dell’emissione luminosa delle due fonti: brevissima per il flash (generalmente tra 1/800 ed un 1/1500 di secondo) e costante per la luce ambiente (consideratela una lampada a luce continua).

Questo vuol dire che a 1/250 sec o a 1/15 sec il flash opererà sempre a 1/1000 sec, dunque non sarà influenzato dal tempo (comunque molto più lento) impostato per l’otturatore, chiaro? L’unica cosa che cambierà è l’apporto della luce ambiente, il cui flusso è costante e viene sí influenzato dalla durata dell’esposizione.

Questo vuol anche dire che se la vostra lettura esposimetrica per il flash vi dice 1/200 a f8, per esempio, il soggetto sarà correttamente esposto rispetto al flash ma è possibile che la luce ambiente non faccia attempo ad “impressionare” il sensore e quindi lo sfondo sarà buio o molto scuro.

Come comportarsi se non volete che lo sfondo scompaia?  Prendete una misurazione e osservate la vostra coppia EV (tempo/diaframma). Lo scopo è quello di bilanciare luce ambiente e luce flash, giusto?

Visto che la durata della luce flash è brevissima vuol dire che potete scegliere qualsiasi velocità di otturatore, a patto di restare all’interno del tempo di sincronizzazione flash della camera. Il punto comune che dobbiamo mantenere qui è il diaframma, che influenza la QUANTITA’ di entrambe le fonti di luce, ambiente e flash.

Quindi se la lettura della luce flash vi dava 1/200 a f8 dovete leggere la luce ambiente mantenendo costante il diaframma a f8 e adottare sulla camera il tempo indicato dalla nuova lettura (ipotizziamo 1/80). Non avendo modificato il diaframma l’apporto della luce flash sarà identico (visto che è un picco di luce brevissimo – non influenzabile dall’otturatore) ma ora la luce ambiente impressionerà per più tempo il sensore/pellicola rendendo lo sfondo perfettamente esposto e leggibile.

Quello che avete fatto in sostanza è “draggin’ the shutter – trascinato l’otturatore” ovvero avete mantenuto costante il diaframma e aumentato il tempo di scatto. Allo stesso modo, se volte cambiare il rapporto tra luce flash e luce ambiente, magari rendere lo sfondo nero, diminuite il tempo di scatto, SENZA toccare il diaframma!

Catalogo AXO 2011

In questi giorni ho completato le foto per il catalogo della nota Azienda di abbigliamento moto italiana AXO, che ha una sede anche qui in America.

Qui di seguito mostro due dei setup che ho usato per la realizzazione degli scatti. Da notare che per il 90% dei cataloghi moderni i prodotti devono essere fotografati su fondo bianco (per poi essere scontornati) e dunque una delle caratterstiche principali è usare una luce sullo sfondo che lo “bruci” completamente: spesso è necessario sovraesporla anche di +2 stop.

Nella prima foto degli stivali ho piazzato un tavolo (due cavalletti + piano in legno) sul quale ho fatto scendere il fondale in carta bianco. Per il riflesso delle suole ho usato un sottile foglio di plexiglass trasparente appoggiato sopra il fondale. Per le luci ho usato due monotorcia AB1600 con bank orizzontali, disposti laterali a 45° rispetto al soggetto (ratio 1:1) e una giraffa con un monotorcia AB800 con stripbox direttamente sopra il soggetto (ratio 3:1), puntato leggermente verso lo sfondo.

Per la seconda immagine il setup è più o meno lo stesso, ma applicato ad una inquadratura verticale (quindi i due bank laterali sono in posizione verticale). La luce in alto è in questo caso sovraesposta di +1 stop (ratio 2:1). La pettorina protettiva verrà completamente estratta in postproduzione, quindi in questo caso il modello ha fatto semplicemente da “supporto umano” per la realizzazione della foto.

In queste situazioni dove monto il “set” direttamente presso la sede del cliente cerco di usare diaframmi più chiusi possibile e le luci a piena potenza con tempi di scatto brevi: in questo modo non solo miglioro la profondità di campo e il dettaglio della foto, ma annullo competamente il fattore “luce parassita” ovvero la luce ambiente esterna che un po’ c’è sempre se non si lavora in studio e a diaframmi più aperti o tempi più lunghi potrebbe entrare in gioco.

Attrezzatura: Canon EOS 1DsMKII su cavalletto, ottica EF 100mm 2.8 Macro USM e attivatori radio Pocket Wizard Plus II. Coppie EV di lavoro mediamente 1/250 di secondo a f/18.

E’ questa ormai la concorrenza?

Nel suo blog Photofocus Scott Bourne ci parla della nuova Hasselblad H4D40, leggete con attenzione la parte in grassetto:

“The 40 megapixel camera is a design marvel. It features a CCD sensor by Kodak and performs well in low light, it has a very wide dynamic range that more closely matches the human eye. The new autofocus system (called True Focus and Absolute Focus) is the fastest (and most accurate) I’ve ever seen on a medium format camera.

As tested, this is a $20,000 camera. Add the beautiful tilt-shift adapter for another $5900, another $11,000 for a couple of additional lenses and it’s an expensive beast.

But there’s room for a camera like this. High-end fashion, product, landscape, portrait, wedding and advertising photographers can justify that kind of money. And talk about setting yourself apart from Uncle Harry at the wedding who’s shooting the latest DSLR. He’ll look at you with envy! Based on my limited first tests, there not much doubt that this camera is worth it for those who can spend it. The image detail, clarity and color is simply the best I’ve seen from a digital camera – period.”.

Esatto, il solito appassionato di fotografia con un bel gruzzolo da spendere in materiale che talvolta nemmeno un professionista puo’ permettersi! Meditate gente, perche’ per chiunque voglia fare il fotografo nella vita adesso la vera concorrenza non sono gli altri Pro, ma il caro vecchio zio Harry della situazione! Quindi il differenziale resta sempre quanto siete disposti ad investire per mantenere l’attrezzatura, e dunque il vostro livello qualitativo al di sopra del buon amatore: ma il vostro cliente medio e’ in grado di apprezzare la qualita’ che gli date con i quasi 40mila dollari che avete speso per la nuova Hasselblad?

Hip Hop from the ‘hood

Ultimamente mi sto spostando un po’ verso altri campi della fotografia, in particolare il ritratto. Poche settimane fa ho fotografato la coreografa e ballerina di Hip Hop Julianna Akuamoah: le servivano una serie di ritratti per creare un poster, delle locandine e un flyer promozionale. E ovviamente usarli sul suo sito web e nel suo profilo di Facebook. Le sue esigenze erano però ben precise in quanto voleva una ambientazione molto metropolitana e un look che non fosse proprio quello “patinato” e leccato di molte sue colleghe.

Per la location abbiamo girato molto ed alla fine si è deciso per un garage sotterraneo a South Los Angeles, dove abbiamo girato anche un video (magari lo posterò più avanti). La scelta è caduta su questo garage soprattutto per l’ambientazione del video, ma il bel muro a mattoni di calcestruzzo della struttura mi ha dato anche uno sfondo interessante e molto “raw” per le foto.

[flagallery gid=5 name=”Hip Hop”]

Da subito sapevo che avrei lavorato le foto con alcuni dei miei preset favoriti in Lightroom, agendo soprattutto su contrasto, saturazione, colori e vignettatura. La scelta per le luci (due in tutto) è caduta su un piccolo softbox ad illuminare il viso e una luce laterale cruda che mi schiarisse il lato opposto al softbox creando però delle ombre contrastate e desse risalto alla materia del muro di sfondo, sottolineando le fughe dei mattoni. Per questa luce, che era anche la più potente delle due ho optato per un flash in modalità “bare bulb” ovvero con la testa  nuda, senza nemmeno uno schermo o una parabola. Come corpo macchina ho usato la EOS 1Ds MKII con due ottiche: l’EF 70-200L f4 e l’EF 17-40L f4. Impostazione tutta manuale, rapporto tra le luci 1/3 ISO 1000 per avere molto rumore digitale ma non abbastanza da perdere troppo dettaglio. Tempi di scatto attorno a 1/80 e 1/100 di secondo con diaframmi f4 ed f4.5

Copertina in un’ora!

La breve storia dietro allo scatto che è stato scelto dalla redazione per la copertina del numero di Novembre 2008 di Motociclismo FUORIstrada è interessante e la voglio condividere con voi.

La moto era la nuovissima (in quel momento) Aprilia MXV 450 bicilindrica, resasi disponibile per la prova solo l’ultimo giorno utile prima della chiusura del numero (tenete presente che la copertina richiede almeno un paio di giorni in più di lavorazione). Tutto il gruppo di tester, redattori e giornalisti si è dunque presentato di buon ora al mattino sulla pista di Bellinzago (NO) per eseguire il tanto atteso test ma, soprattutto, per realizzare velocemente uno scatto buono da “copertinare”. Non c’era tempo da perdere, erano le 8.30 del mattino e la foto doveva arrivare in redazone entro le 9.30 al massimo, quindi avevamo solo un’ora di tempo per scegliere la giusta inquadratura (comunque verticale) e mandare via la foto in fretta e furia con la connect card.

La luce del mattino era buona, bassa e calda grazie ad un bel sole inatteso. Ma il problema era far vedere bene la nuova MXV (completamente ridisegnata per il modello 2009) pur usando uno scatto in movimento e che mostrasse un bel gesto atletico da parte del tester, in modo da esaltare a colpo d’occhio le doti dinamiche della moto.

In teoria la redazione chiedeva due situazioni diverse tra cui poter scegliere, ma il tempo era veramente ristretto e mi sono preso la responsabilità di realizzarne una soltanto, che poi è comunque piaciuta.

Il mio problema a questo punto era creare una situazione di fuoco nitida dove lo sfondo non desse fastidio e dove comunque il tester potesse fare un bel “numero” per attirare l’attenzione in edicola. Esclusa qualsiasi tipo di curva, dove uno scatto frontale avrebbe quasi completamente nascosto la moto (ricordiamoci che la foto doveva essere inquadrata verticale) l’unica opzione che mi restava era un salto. Non essendoci zone libere dove lo sfondo non interferisse ho dovuto optare per un panning laterale, in modo da mantenere incisa la moto ma confondere con il “motion blur” tutto quello che le stava attorno.

Al tester, Alex Salvini, ho chiesto di saltare assumendo una posizione quasi verticale sulla moto, cosa che però lo costringeva ad atterrare sul piatto e prendere una gran botta ad entrambi i polsi. In pratica si poteva fare, ma avevo a disposizione tre o forse quattro tentativi… mmm, un bel casino.

Comunque ho messo su il 300 2.8 sulla EOS 1 Mark II e ho impostato il tempo su 1/200 di secondo a f 6.3 (senza stabilizzatore perchè in questi casi a me da solo fastidio) e ISO 100.

Dopo un primo salto di prova per mettere a punto il “gesto”, ecco qui i due scatti che sono usciti su 3 tentativi (il doppietto che usavamo era davvero corto e basso, quindi la raffica non serviva a nulla – lo scatto buono era solo uno, all’apice del salto).

scatto 1
scatto 2

Come potete vedere la redazione ha scelto il primo scatto, ruotandolo un po’ per creare i giusti spazi dove inserire testata e strilli.

L’esposimetro esterno

IMG_2460

E’ un accessorio che può fare la differenza nella qualità delle foto. Nonostante gli esposimetri interni delle reflex (sia digitali che a pellicola) siano ormai da anni molto precisi, c’è qualcosa che ancora non possono fare: la lettura della luce incidente. L’esposimetro interno alla macchina fotografica legge infatti la luce riflessa dai soggetti e fornisce un dato che (a seconda dell’eventuale automatismo scelto) va a generare una accoppiata tempo e diaframma per la corretta esposizione della foto. Ma il limite della lettura a luce riflessa è insito nel suo stesso nome: la luce misurata è quella riflessa dal soggetto e non quella che effettivamente lo illumina. Il classico errore dell’esposimetro interno è rappresentato dalle sottoesposizioni di soggetti molto chiari o riflettenti (neve, sabbia, cielo) o la sovraesposizione di quelli scuri (ad esempio un cane nero su sfondo scuro). Non solo si perde la corretta esposizione, ma si arriva ad ottenere una errata corrispondenza tra i colori, per cui anche “aprendo” la foto sottoesposta in Photoshop (ad esempio) la relazione tra i diversi toni della scena sarà comunque sfasata. Ovvio che lavorando in automatismo e in lettura multizona la percentuale di errore sarà molto bassa (le CPU interne ai corpi macchina hanno infatti al loro interno decine di migliaia di “inquadrature tipo” che permettono il calcolo dell’esposizione migliore possibile) ma in una certa misura la scelta è comunque affidata ad un programma e non al fotografo. Con l’esposimetro esterno le cose cambiano: non si punta verso il soggetto ma dal soggetto si punta verso la fotocamera. L’esposimetro esterno (attraverso il diffusore posto sopra la cellula di misurazione) leggerà dunque l’effettiva quantità di luce che va a colpire il soggetto (luce incidente) che stiamo fotografando, eliminando tutti gli aspetti fuorvianti dati dalla “riflettanza” dello stesso. Uno specchio pulito e un polveroso sacco di juta, posti nella stessa posizione, riceveranno la stessa luce e daranno dunque lo stesso valore (cosa che non accadrebbe se usassimo la lettura riflessa dell’esposimetro interno alla macchina). Avere il controllo su una foto è di fatto avere il controllo sulla luce che disegna e plasma il soggetto, quindi migliori e più precise saranno le informazioni sulla luce reale che colpisce il soggetto in questione, migliore sarà la foto.

Apologia della compattona

foto © Pietro Ambrosioni

Tra le cose che mi porto sempre dietro c’è anche questa Canon PowerShot G7. E’ sufficientemente compatta da essere trasportata in una tasca dei pantaloni (beh, almeno una delle mie tasche, visto che indosso quasi sempre i cargo-pants, quelli con le tascone laterali) ma abbastanza grande da “accogliere” una serie di funzioni che ne permettono l’uso molto avanzato. A me soprattutto interessano il blocco dell’esposizione (fondamentale nelle inquadrature con molto contrasto – tramonti, spiagge, nuvole nel cielo, panorami con il mare o la neve), la scelta tra priorità di tempi o diaframmi e la possibilità di esporre il flash per lo sfondo (la funzione “ritratto notturno” che ormai c’è anche sulle compattine da 59 Euro – serve a non avere dei fantasmi bianchi in primo piano e lo sfondo nero). Uso poi moltissimo l’attivazione forzata del flash, che combinata al blocco dell’esposizione mi permette di avere lo sfondo esposto in modo “drammatico” – generalmente -1 stop rispetto al soggetto in primo piano – e un bel flash in fill-in per schiarire il mio soggetto. Sulla G7 questa tecnica può essere portata fino agli estremi visto che sul top del case c’è un attacco a slitta standard e ci posso montare su un flash professionale. L’unico neo di questo gioiellino (che nel frattempo è arrivata alla versione G11)  è la mancanza di un vero grandangolare: l’ottica si ferma all’equivalente di un 35mm sul formato 24×36. Mi piacerebbe poi avere la possibilità di scattare in RAW: la G11 permette il RAW (e pare sia anche molto veloce a scrivere sulla card) ed ha un obiettivo che almeno arriva all’equivalente dei 28mm sul formato 24×36… già sento il canto delle sirene!

Sta di fatto che anche con la G7, grazie anche ai controlli totalmente manuali in caso di necessità,  ho realizzato più di un servizio che è finito su riviste e siti molto quotati… nonostante siamo nell’era del digitale non è comunque sempre l’abito che fa il monaco!

Vivere di fotografia

Sfatiamo il mito: con l’avvento del digitale molti si sono improvvisati fotografi, confidando nel fatto di non spendere un soldo in pellicola e sperando magari di convertire scatti mediocri in foto spettacolari grazie a qualche software miracoloso. Ci piaccia o no, la fotografia sportiva ormai è questione di investimenti e di tanti anni di marciapiede.
Parlando del mio settore, Supercross, Motocross e Supermotard, tutti i fotografi più noti, quelli che lavorano di più in Italia ed all’Estero, e che sono riconosciuti come bravi professionisti, non hanno investimenti inferiori ai 50/60mila Euro in attrezzatura. Sto parlando di corpi macchina, ottiche, flash, esposimetri, filtri, accessori vari, cavalletti, borse e custodie, schede di memoria, hard disk esterni, batterie, computer e relativo software. Fate due conti e vedrete che le cifre salgono in fretta, MOLTO in fretta. La figura dell’artista che con poca attrezzatura fa la differenza grazie al suo talento è scomparsa negli Anni ’70, da quando in pista si deve lavorare ad una ragionevole distanza di sicurezza. E i teleobiettivi, quelli "giusti", non li regalano…
Quindi il primo vero sbarramento per vivere di fotografia sportiva, nel nostro ambiente ma anche in molti altri, sta nel quanto si è disposti a spendere.
Poi arriva la seconda parte, difficilissima: saper usare il materiale che avete acquistato. Così come avere la Ferrari di Schumacher non vi farà vincere automaticamente il Mondiale di Formula 1, non sarà l’attrezzatura a farvi fare foto migliori. E’ solo un mezzo, che va conosciuto estremamente bene, ma che da solo non vi porterà molto lontano. Farete a pezzi qualsiasi fotoamatore nella garetta locale ma ad alto livello tutta la concorrenza sarà attrezzata come, o forse meglio di voi.
Mettiamo adesso in conto che abbiate l’attrezzatura e che sappiate usarla, ad alto livello. Con il digitale non è finita qui: il rullino potevate consegnarlo in redazione e al resto pensavano loro, ora non più. Al fotografo si richiede di fornire file pronti per l’impaginazione, bilanciati cromaticamente e il più possibile neutri come tonalità e contrasto. Dovrete quindi saper scegliere il software giusto per preparare i vostri file e imparare ad usarlo in rapporto ai risultati che vi ritroverete su carta stampata (quella del giornale, non quella della vostra stampante a casa).
Ma per arrivare a questo livello prima avrete dovuto lottare con i denti per ricavarvi un piccolo spazio all’interno dell’agguerrita concorrenza, avrete dovuto sputare sangue per avere uno straccio di opportunità per dimostrare il vostro valore, e spesso la prima chance si rivela l’unica se non sarete in grado di giocare bene le vostre carte. In poche parole dovrete essere bravi, veloci, affidabili, fornire file perfetti in tempo zero, e a un costo competitivo. Parlo di foto inquadrate bene, in modo magari personale, scatti perfettamente a fuoco e che ritraggano l’apice del gesto sportivo, preferibilmente su uno sfondo neutro ma che lasci intuire la location e la situazione in cui la foto è stata scattata. Già… le redazioni sono MOLTO esigenti, soprattutto con i novellini. Se ce la farete fin da subito sicuramente vi si apriranno le porte del professionismo e potrete guadagnare abbastanza da dedicarvi al 100% alla fotografia, in caso contrario potreste aspettare anni prima di avere una seconda chance.
Ultimo step: siete professionisti affermati e vivete di fotografia. Non potete comunque sedervi sugli allori. Esiste una vera orda di giovani talentuosi, pronti a portarvi via il posto. Da un professionista ci si aspetta costanza di risultati, deve comunque portare a casa le foto anche in situazioni avverse, senza scuse. E deve continuamente innovare e rinnovarsi, chi si ferma è perduto!