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I sogni non esistono

Dopo aver scambiato qualche chiacchiera con un amico su Facebook mi sono fermato a pensare alla mia vita, a quello che ho fatto fino ad ora e dove sono adesso.
Ci vuole fortuna, è vero, ma io dico sempre “se vuoi prendere un fulmine in testa vai a cercare un temporale”.
Eccomi qui, a 46 anni vivo negli USA e per lavoro fotografo le gare di Supercross, gestisco il marketing di GIVI USA, viaggio per il mondo in moto e scrivo per Motociclismo FUORIstrada e Moto.it. E quando sono ad Atlanta fotografo modelle nel mio studio fotografico, KABOOM!
Una vera fortuna che tutti i miei sogni si siano avverati… ma sono sogni, dopotutto?
Io credo che sia qualcos’altro. È una passione, una mania, qualcosa che ti arde dentro e che ti trascina… tu devi solo decidere se lasciarti tirare o se fare resistenza.
Io ho deciso da subito di lasciarmi tirare, per vedere dove sarei arrivato. Ho impostato la mia vita in modo da non creare limiti, da non avere ostacoli e poter seguire questa pulsione senza che nessuno ci mettesse becco.
La mia famiglia mi ha aiutato e supportato SEMPRE, anche quando ero un bambino che giocava solo con il Big Jim e la sua Honda Elsinore. Oppure con un piccolo motocrossista di gomma e la sua moto rossa, che credo fosse una vecchia Bultaco o qualcosa del genere.
Poi non dormivo di notte pensando a quel bambino con la minicross che avevo visto al parco Solari, che imitavo mettendo lo stecco del ghiacciolo tra i raggi della ruota dietro della bici (da cross), per fare il “rumore giusto”.
E a 14 anni dopo aver ereditato il Ciao di mia sorella e non essere contento, ho letteralmente sfinito i miei finché mi hanno comprato un Fantic Caballero 50 Regolarità Casa, mozzi conici e forcellone “a banana”.

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Da li non mi sono più fermato: volevo diventare un vero motocrossista ma non avevo il talento ne il budget. Però compravo tutti i numeri di Motocross, Motosprint e Motolombardia, imparando a memoria moto, piloti, marche, nomi delle piste, i nomi dei piloti che avevano vinto un Mondiale in Europa o un Supercross in America. Li snocciolavo tutti, dal regionale Lombardia al Mondiale della 500 o al Supercross USA. E sapevo che caschi usavano, che occhiali, che abbigliamento e che stivali, numero di gara, nome della fidanzata e anche quello del cane, se lo avevano. Una vera mania: mentre i miei amici correvano dietro alle ragazzine io mi scervellavo come vendere il Regolarità Casa per comprarmi l’Enduro Replica.
Poi finalmente l’ho trovato al prezzo giusto, gli ho messo il carburatore Dell’Orto da 19 e il silenziatore SEM, la corona in Ergal Motocross Marketing e il manubrio Ramirez Ram-Anf piega Jobe. Quel gioiello, ovviamente, qualche bastardo me lo ha rubato mentre era parcheggiato davanti alla scuola, che Dio stramaledica lui e tutti i suoi discendenti.

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Ma sono ripartito da una Caballero Super 6M, poi un Fantic 80 Cross prestato da un amico, e poi via di seguito con un Gilera Arizona Rally 250, una Yamaha TT 350, una KTM MX 250 ed infine una Yamaha YZ 125. Tanti soldi sprecati inseguendo il sogno di poter “correre” quando in realtà ero fermo inchiodato. Per carità, sui salti e in discesa non avevo paura e gli davo il gas, ma in curva… ero imbullonato al suolo, un incapace.
Ma la passione non muore mai, e mentre aiutavo in uffico da mio padre a mettere a posto le varie riviste che arrivavano in agenzia, cercando di guadagnare qualche soldo per mantenere in vita il mio scassatissimo ma amatissimo Bedford, ho scoperto “Cinque Sport”. Una rivista che seguiva diverse discipline, tra cui Windsurf, Snowboard e Motocross. Tutta roba che amavo…
E allora, invece di mettere a posto le riviste di cucina o arredamento, invece di archiviare i quotidiani, mi mettevo a leggere Cinque Sport. E vedevo errori, imprecisioni negli anni, nelle date, nelle marche delle moto, nei nomi e nella nazionalità dei piloti.
Per me era troppo da sopportare e un giorno decisi di scrivere alla redazione, offrendomi di correggere le bozze “aggratis”, per amor di precisione.
Dopo nemmeno due giorni mi arrivò una chiamata da Gabriele Dell’Acqua, creatore, editore e direttore di Cinque Sport, che mi invitò ad un colloquio. Da quell’ufficio uscii con il compito di trovare articoli interessanti nel mondo delle moto, a patto che trovassi anche le foto. Io non avevo idea di cosa fosse una macchina fotografica, le foto mi venivano mosse e sfuocate anche con la compattina, quindi coinvolsi il mio amico Roberto Baratelli come fotografo. Con lui seguimmo diverse gare, al punto che decisi di giocarmi l’asso nella manica: il GP della 500 a Namur!
Purtroppo Roberto non poté venire per problemi familiari così decisi di investire in un corpo macchina e due obiettivi – una terribile Yashica 107 Multiprogram, sapientemente rifilatami da un solerte commesso di Photodiscount in Piazza De Angeli a Milano.
Sia come sia, armato dei miei 21 anni appena compiuti, tanto entusiasmo e due dozzine di rullini, saltai sul Bedford trascinandomi dietro il “Paolino” e via, verso il Belgio. Di quella gara ricordo che mi rubarono il marsupio con dentro il pass, per cui dovetti ritornare al centro stampa a mendicarne un secondo (facendo la solita figura da italiano furbetto).
Mi ricordo di aver imbroccato forse 7 o 8 foto in tutto, giusto quanto mi serviva per corredare il pezzo. Non conoscevo nessuno e non sapevo cosa fare, ma l’articolo ve lo allego qui. In due giorni feci almeno 100 km tra i sentieri della Citadelle per trovare uno scatto che non avesse nessun altro. Non ci riuscii ma almeno provai 🙂

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Dopo Namur fotografai il Fast Cross di Arsago, sempre nel 1989, infine il Superbowl di Genova (allora si chiamava così) e Mantova l’anno dopo. Per quell’occasione vendetti la Yashica e comprai una Nikon FM2n ed una coppia di zoom Tamron Adaptall. Ricordo che quasi morii congelato perché ogni albergo era occupato e finii per dormire nel furgone gelido (senza uno straccio di coibentazione, metallo puro a -10C)
Ma fu un rischio che ripagò alla grande: a Mantova conobbi un po’ di gente interessante, e dopo un paio di settimane mi arrivò la chiamata di Ruggero Upiglio, allora direttore di Motocross, che mi offriva di seguire il regionale Lombardia nelle provincie di Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova. Perché nella mia zona (Varese, Como e Milano) c’era già il mitico Luigi Compagni.
Non ci potevo credere! Avrei lavorato per Motocross!

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Dopo solo qualche mese Upiglio mi chiese di andare a Sittendorf, in Austria, a seguire il Mondiale 500 visto che tutti gli altri inviati erano impegnati (ai tempi il Mondiale era su tre classi – 125, 250 e 500 – e si correvano in tre posti diversi nello stesso weekend). Io almeno avevo un po’ di esperienza dell’ambiente (Namur l’anno prima) e avevo già viaggiato all’estero. Ricordo ancora il titolo che Rupi scelse per quel pezzo (KawaThorpe con sfondo Rossi) alludendo alla vittoria dell’inglese in sella alla nuova Kawasaki dopo aver abbandonato la Honda, e alla fantastica prestazione di Franco Rossi.
Poi seguirono altri regionali, una seconda Namur (dove conobbi Sato, Massimo Zanzani ed Enrico Borghi) e altre gare nazionali – incluso un altro Superbowl di Genova e la gara di Europeo 125 a Horn, in Repubblica Ceca, dove Christian Rostagno vinse il titolo. La svolta fu però conoscere Ennio Camisasca, che mi portò con lui a seguire la Baja Montesblancos a Saragozza e mi ingaggiò per raccontargli le gare del Mondiale in modo da poter scrivere i trafiletti per la Gazzetta. Finita la gara lo chiamavo e lui poi preparava il pezzo. Mi ricordo ancora le volte che lo sentivo dettare alla stenografa quando eravamo on the road: una cosa impressionante, incluse virgole, due punti, a capo e maiuscolo/minuscolo. Nel 1990, sponsorizzato da Cinque Sport, seguii anche il Supercross di Maastricht in Olanda e il Supercross di Parigi Bercy, con Ward, Stanton, Johnson e tutti i miei idoli americani. A Parigi conobbi Pat Boulland e rimasi stupefatto dal suo lavoro, tanto che da quel momento iniziai a fargli da ombra ad ogni gara, per copiare (hahaha) le sue inquadrature. Rimanevo li finché non mi scacciava…
Come fotografo stavo migliorando e allo stesso tempo iniziavo a dar fastidio a qualche vecchio barone del settore, che pretendeva di mantenere il controllo totale sull’intero business. Lui e i suoi scagnozzi (non faccio nomi ma avranno per sempre un posto privilegiato sulla mia lista nera – il settore li ha epurati quasi interamente, tra l’altro)… Lui e i suoi scagnozzi, dicevo, mi diedero molto filo da torcere, facendo in modo che non mi venissero rilasciati pass per le gare italiane (all’estero non contavano un cazzo, anche perché io avevo il vantaggio che parlavo già un po’ di Inglese e me li mettevo in tasca in un secondo), ed ogni sorta di porcheria.
Camisasca mi aiutò a tenere duro, e lo stesso fecero Upiglio e Dell’Acqua, che non cedettero mai alle pressioni esterne.
Comunque, ad inizio 1991 avevo messo assieme abbastanza cash per fare il grande salto: una Nikon F4s, un Nikkor 35-70 2.8, un Nikkor 80-200 ED 2.8 “a pompa”, un Nikkor 50 1,4 ed infine il flash SB-28.
Nel 1991 e nel successivo 1992 seguii molte gare, Mondiale 500 (Svizzera, Olanda, ancora Namur, Francia), Mondiale 250 e anche la gara di Mondiale 125 in Belgio, a Genk, dove Stefan Everts vinse il suo primo titolo iridato. Una mia foto di Stefan sulla Suzuki 125 con la sella maculata che ho scattato a Genk ha fatto il giro del mondo, l’ho trovata ovunque (in barba al copyright).

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Pestai anche qualche piede, specialmente al mio idolo di gioventù, Michele Rinaldi (adesso siamo in ottimi rapporti – magari non si ricorda che il tutto partì da me, oops). Ricordo che Jan DeGroot a Namur mi disse che a fine anno Michele e il suo Team, che gestiva Puzar, avrebbe lasciato la Suzuki per passare alla Yamaha. Decisi di mettere la notizia in Radio Paddock all’interno del mio servizio sulla gara e Upiglio, dopo avermi chiesto 100 volte se fossi proprio sicuro, decise di pubblicare la bomba. Apriti cielo! Venne fuori un vespaio esagerato, ma Ruggero mi difese a spada tratta e in effetti si, Rinaldi passò davvero alla Yamaha a fine stagione. Tutti zitti 🙂

2011-05-20 16.51.00 Il 1992 è stato il mio ultimo anno della “prima fase”. A fine stagione ero stravolto, avevo quasi fuso una Golf GTI viaggiando in tutta Europa e la Chesterfield stava lasciando il settore, prosciugando le casse di tutto l’ambiente. Mi ricordo che il colpo di grazia fu “Motocross 7” un settimanale fatto da Motocross che usciva in edicola ogni mercoledì. La mia routine era pazzesca, specialmente in quanto a me toccavano tutte le gare della 500 o dell’Europeo 125 che erano per la maggior parte nel Nord o Est Europa. Partivo il venerdì e viaggiavo tutto il giorno, bruciando dogane e gestendo anche sei o sette valute diverse. Il sabato c’erano le prove, poi alla domenica bevevo solo caffè o coca-cola perché mi attendeva una notte da incubo. Finita la gara battevo il pezzo sulla mia Olivetti Lettera 32, poi mi mettevo in fila per mandare il fax in redazione. A Motocross avevamo due linee, ma tra regionali, altri mondiali di cross, enduro e trial, era sempre una roulette russa. La regola non scritta era che provavi per tre volte, se era occupato mollavi il colpo e ti rimettevi in fila dietro agli altri inviati in sala stampa, che quasi sempre era un terribile vecchio bus inglese a due piani, super puzzolente (specialmente in caso di gara bagnata).
Quando finalmente il fax passava balzavo in macchina e da OVUNQUE fossi dovevo arrivare a Milano entro le 7 di mattina per depositare i rullini da sviluppare nella famosa “bocca di lupo” della Reversal in via Osoppo. Una tragedia, ricordo che morivo di sonno e il momento peggiore era sempre la Svizzera, dove d’estate in quegli anni si poteva andare solo a 100 all’ora in autostrada, e ci arrivavo regolarmente verso le 4 del mattino, una sofferenza. Depositati i rullini potevo andare a dormire qualche ora ma al pomeriggio dovevo andare in redazione a scrivere le didascalie… Per farla breve a fine 1992 ero completamente bruciato, odiavo il motocross e tutto quello che ci girava attorno. Upiglio mi offrì un posto in redazione ma rifiutai per finire i miei studi in Scienze Politiche, e quando mi richiamarono nel 1993 (anche se Motocross 7 nel frattempo era defunto) declinai l’offerta.
Dal 1993 fino al 2002 non ebbi più nulla a che fare con il fuoristrada. Lavorai per diverse aziende del settore, girai il mondo (non scherzo, Taiwan e Pakistan inclusi) e mi appassionai di Superbike e soprattutto di musica blues, al punto da mettermi a suonare professionalmente l’armonica per circa 5 anni, mentre finivo gli studi e facevo il militare negli Alpini.

5126030617264454360 Come sono tornato al motocross? Semplice: Simon Cudby.
Nel 200 il mio amico John McCoy mi regalò qualche vecchio numero di RacerX, che proprio in quei mesi stava passando da tabloid in bianco e nero a rivista a colori. Beh, le foto di Cudby su RacerX sono l’unica vera ragione per cui mi è tornata la voglia di fotografare le gare di motocross. Glielo dico sempre, e lui dice che ha risvegliato un mostro 🙂
Ci ho pensato e ripensato, e la fida F4s era sempre li nella borsa pronta a saltar fuori. Non avevo mai smesso di fotografare e nel frattempo avevo comprato anche il mio primo Nikkor 300 2.8 ED, perché lo volevo… e basta. L’amico Beppe Diena nel 2002 mi presentò ad Eugenio Cova, che nel frattempo era diventato direttore di Racing Offroad, e nel giro di poche settimane iniziai a seguire il regionale UISP Piemonte sotto la supervisione di Simone Arri. Eugenio mi convinse ad investire in un corpo digitale, una Nikon D100, ed abbandonai la pellicola. A fine anno fotografai il Supermotard all’interno del palasport di Genova e la mia gallery su Ultramotard.com attirò molta attenzione. Nel 2003 seguii qualche gara di Mondiale Supermoto e in occasione della gara di Monza rividi Edoardo Pacini che nel frattempo era diventato direttore di Motocross. Dopo il Salone di Milano lasciai Racing Offroad e tornai a Motocross per seguire un po’ di tutto, dall’italiano trial cadetti alle gare veteran di cross ed enduro. A fine anno rividi Roberto Ungaro e Zep, che mi parlarono del progetto Motociclismo FUORIstrada, che era nata proprio in quei mesi.
Nel 2004 (anno in cui passai a Canon) seguii un po’ più gare di Motocross e realizzai anche la prima intervista ufficiale su Motocross di Cairoli e Philippaerts, in occasione della gara di italiano a Fermo. Con l’arrivo dell’estate Ungaro mi contattò per fotografare un paio di cose per FUORI, se non c’erano problemi con Motocross. Dopo aver ricevuto il via libera da Pacini Ungaro mi affiancò al mitico Roberto Dagradi e con lui (che adesso lavora per Motocross, ironia della sorte) iniziò uno dei più proficui rapporti di lavoro e anche e soprattutto una delle più grandi amicizie della mia vita. A fine anno ero a un bivio: Pacini mi offriva il Mondiale di Supermoto e forse qualche gara di Mondiale Motocross (che era adesso territorio di Zep dopo il suo passaggio a Motocross). Ungaro mi offriva una serie di servizi vari e una continuità di lavoro, più la possibilità di seguire il Supercoss USA. What? Credo di averci messo meno di un secondo a decidere, e l’8 gennaio 2005 ero in California per Anaheim 1.
Da li la storia è breve: tra 2005 e 2008 ho fatto avanti e indietro tra Europa e USA, dividendomi tra AMA Supercross, AMA Supermoto, Mondiale MX1 e Mondiale Supermoto.

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A fine 2008 ho deciso di fermarmi in USA, proprio nel momento della crisi economica. Frank Hoppen mi ha aiutato dandomi lavoro per Kawasaki USA e Boost Mobile, ma alla fine tiravo troppo la corda e dopo aver sofferto per due anni a Los Angeles (con di mezzo anche un divorzio) mi sono trasferito ad Atlanta dove sono rinato fisicamente, mentalmente e finanziariamente.
Ok adesso basta… mi bruciano le dita e gli occhi, è mezzanotte e oggi ho guidato 8 ore di fila per tornare dalla Florida.
Ma quello che voglio dire è: non basta sognare. Le cose vanno fatte. Le idee non valgono nulla se rimangono in testa.
Io ho impostato la mia vita per essere sempre pronto a saltare su ogni treno che si presentava. Ho rinunciato ai figli, ho lasciato il mio Paese ma sono felice e faccio quello che amo. Quello che ho sempre amato.
Coltivate la vostra passione e non lasciate che nessuno vi faccia cambiare idea… state pronti a saltare e prima o poi anche il vostro treno passerà. E se dovesse essere già passato non preoccupatevi, ne arrivano in continuazione, sta a noi riconoscerli.

Come regolare il flash nelle foto d’azione?

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Ecco la domanda che l’amico Luca Ponteggi mi ha inviato:

“Ciao Pietro, ti volevo chiedere un consiglio sulle impostazioni del flash per le foto sportive, io ho come te una 1D MKII. Fotografo quasi esclusivamente di giorno e vorrei utilizzare il flash per aprire le ombre nelle giornate più nuvolose o nei controluce. Tu come ti regoli?”.

Ho provato a rispondere in modo esaustivo, e credo che possa interessare a tutti:

“Dipende sempre dalla situazione… in linea di massima con il flash uso tempi lunghi per stare dentro il limite di sincronizzazione dell’otturatore, generalmente 1/200 o 1/160, ma anche molto meno. In luce naturale scatto sempre in manuale, ma con il flash spesso uso gli automatismi.

Data la rapidità del lampo sappi che il tempo controlla la luce ambiente e il diaframma controlla la luce flash (vedi il mio post Dragging the shutter). Normalmente col flash uso l’automatismo a priorità di tempi. Con Canon programma Av a 1/160, 550EX in modalità E-TTL, di giorno ISO 100 di sera dipende da quanta luce ambiente voglio catturare. Piu alti gli ISO meno effetto fantasma hai perché catturi più luce ambiente anche a tempi relativamente brevi. Con i controluce è diverso perché devi vincere in potenza la luce che c’è dietro. In generale scatto in Manuale con il flash sempre in E-TTL (per mantenere il full auto) e poi aumento la potenza del flash di 1/3 alla volta con la compensazione finché non ottengo un buon bilanciamento. Se invece vuoi solo dei fill-in puoi usare la macchina in Manuale come al solito (io per le foto di azione cerco sempre di stare attorno al 1/800 sec con diaframma più aperto possibile e ISO piu bassi possibile) e poi il flash lo imposti sempre su E-TTL ma in modalità Hi-speed. In questo modo puoi usare qualsiasi tempo di scatto ma occhio che la potenza del flash cala di brutto”.

Dati della foto in alto (Justin Barcia al Supercross di Las Vegas 2013 – pieno giorno):
Canon EOS 5D MKIII in modalità AV a priorità dei tempi
Canon EF 24-105L 4 IS a 96mm
ISO 100
1/160 a f11
flash Canon 550EX in E-TTL

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Dati della foto qui sopra (Marvin Musquin al Supercross di Las Vegas 2013 – all’imbrunire):
Canon EOS 5D MKIII in modalità AV a priorità dei tempi
Canon EF 24-105L 4 IS a 67mm
ISO 400
1/160 a f11
flash Canon 550EX in E-TTL

Photoshoot improvvisato

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Prima o poi è successo a tutti: state facendo foto a tutt’altro, con attrezzatura specifica per quello che dovete scattare e qualcuno vi chiede delle foto extra, che non vi aspettate.

Nel mio caso il cliente FREEGUN Underwear a Las Vegas mi ha chiesto una serie di scatti con le sue umbrella girls e una pitbike durante la gara annuale MiniMotoSX.

Dramma! Innanzi tutto avevo un problema di location: il paddock era situato in un posto orribile, il parcheggio retrostante al Orleans casino. Circondato da una bella rete coperta da un telo verde. Inoltre la luce era pessima, con il cielo velato e il sole alto allo zenith.

Ecco una prima immagine per capire la situazione

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Terribile, terribile… Il primo problema che ho affrontato è stato lo sfondo: in quelle condizioni l’unica opzione era avvicinarsi al soggetto al punto da poter scattare dal basso verso l’alto, puntando ad avare solo cielo come sfondo. Restavano i fili elettrici ma quelli avrei potuto comunque eliminarli in postproduzione, se necessario (il cliente non lo ha poi voluto fare, ottimo).

Il secondo problema era l’illuminazione. La quantità di luce disponibile era fin troppa, ma assolutamente non direzionale e priva di qualsiasi contrasto. Ho deciso di utilizzare l’unico flash che avevo, in remoto e comandato da una coppia di Pocket Wizard Mini/Flex. Per avere qualche speranza che il mio piccolo flash incidesse sulla foto finale ho dovuto abbassare la luminosità della scena con un filtro polarizzatore, che ha ridotto la luce ambiente di 2 stop. In questo modo ho anche potuto “risvegliare” un po’ di dimensionalità e colore nelle nuvole e nel cielo.

Purtroppo sapevo da subito che il mio piccolo flash Canon 550EX senza l’ausilio di un qualche diffusore non mi avrebbe dato la copertura sufficiente per entrambe le modelle e la moto. Di conseguenza l’ho piazzato su un cavalletto a circa due metri dalla scena, a sinistra della fotocamera e a livello del manubrio della minimoto: le ombre sono diventate immediatamente più nette ma almeno ho ridotto la caduta di luce ai bordi.

Ecco gli schemi luce dall’alto e lateralmente:

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A livello di colori e contrasto ho ottenuto quello che volevo, il problema copertura l’ho risolto con un po’ di dodge & burn in Lighroom e il cliente (che è a sua volta un fotografo di buon livello) è rimasto soddisfatto, la cosa più importante!

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Impostazioni fotocamera: Canon EOS 5D MKIII, esposizione Manuale ISO 100, 1/100 sec a f9. Obiettivo Canon EF24-105L 4 IS a 28mm con filtro polarizzatore, flash in remoto Canon Speedlite 550EX in modalità E-TTL

Houston Supercross 2013

Gallery fotografica direttamente dall”AMA Supercross di Houston 2013, corso al Reliant Stadium

Houston Supercross 2013

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L’ultima stagione delle due tempi

Wow, il 2014 sarà la mia decima stagione come fotografo nell’AMA Supercross. Il 2005 è stato il primo anno in cui ho fotografato il Supercross USA. Ero da pochi mesi passato da Motocross a Motociclismo FUORIstrada e Roberto Ungaro (allora direttore) mi spedí in America a coronare uno dei sogni della mia vita. Ottenere il pass per entrare e fotografare fu un incubo, alla prima di Anaheim (corsa sotto una pioggia torrenziale) mi lasciarono fuori e mi guardai la gara dalla sala stampa. Ma da Phoenix ottenni il pass come fotografo e realizzai i miei primi scatti ai mostri sacri come McGrath, Carmichael, Larocco e Pastrana. Ricordo che Stewart, al suo primo anno sulla 250, si ruppe un braccio in prova e rimase fuori per il resto della stagione indoor. Tortelli invece stava sviluppando la Suzuki 450 a 4 tempi con la quale poi RC dominò il National ed il MXoN in Francia (che Tortelli corse con una KTM…). Del mio corredo ricordo che avevo una Canon EOS 1D primo tipo, un EF 28-70 2.8L, un EF 70-200 2.8L e uno Speedlite 550EX. Max 500 ISO, scattavo tra 1/125 e 1/500 a 2.8 (per la prima 1D il sincro flash era a 1/500). Ricordo che gli stadi erano meglio illuminati di oggi, ma c’era sempre una cortina di fumo azzurro creata dagli scarichi delle due tempi, e l’autofocus qualche volta andava in palla. E poi le batterie: la 1D consumava come una Ferrari, per una giornata di gare ci andavano 4 pile. Io ne avevo solo due dunque mi affidavo a Steve Bruhn (il mitico TFS) che mi permetteva di ricaricare le batterie nel suo motorhome ex-Vuillemin. Bei tempi…

Phoenix Supercross 2005

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Anaheim 1 Blues

Ogni anno per me la prima gara del Supercross americano è un vero e proprio incubo.

L’entusiasmo per la ripartenza del campionato più bello del mondo (altro che la Serie A) e la curiosità di vedere le nuove accoppiate moto-pilota per la stagione sono presto cancellati dalla consapevolezza dell’enorme massa di lavoro che mi aspetta per Motociclismo FUORIstrada. In tre giorni devo seguire la conferenza stampa di apertura campionato, fare le foto a tutte le moto principali, seguire la gara, fare le foto della gara e quelle di contorno, azzeccare la copertina (che a Febbraio è tradizionalmente dedicata al Suprecross), scrivere il pezzo principale, scrivere le descrizioni delle moto e, per finire, scrivere la mia colonna mensile “USA Planet”. Inizio alle 9 del giovedì mattina e finisco attorno alla mezzanotte della domenica sera, praticamente senza fermarmi mai.

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L’unica cosa che mi pesa veramente come un macigno è fare le foto delle moto. La trafila è estenuante e sempre la stessa: il giovedì si implorano Team Manager e meccanici per aver a disposizione le moto per cinque minuti il giorno dopo, il venerdì si scatta dall’alba al tramonto e alla sera si preparano e caricano le foto sul server di Motociclismo, tipo 300 foto in alta risoluzione.

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Per la realizzazione degli scatti, invece, la procedura è sempre la stessa. Da anni collaboro con Frank Hoppen ma questa volta Frank non c’era per via del suo recente incidente in MTB (si sta riprendendo…) quindi ho lavorato da solo, aiutato da un assistente di Hoppenworld.com e avendo a disposizione il formidabile set di luci Profoto che Frank usa normalmente. Il setup è generalmente sempre lo stesso, con due luci disposte ad angolo retto e a circa 3 metri dal centro della moto. La potenza in questo caso è fondamentale, per poter “vincere” il sole e avere la luce ambiente sottoesposta da 2/3 a 1 stop rispetto alla moto in primo piano, in modo da farla spiccare. Parliamo di 1200W a luce…

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Setup macchina: Canon EOS 1 Ds MKII, ISO 50 (L), tempo di scatto 1/250 sec., canon EF 100 2.8 Macro a f8.

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Ritratto: il viso non sempre definisce il soggetto

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L’anno scorso, in occasione del Supercross di Atlanta, il pilota italiano Angelo Pellegrini è venuto a correre la gara e Motociclismo FUORIstrada mi ha commissionato una intervista di alcune pagine.

Per le immagini avevo bisogno di qualcosa che andasse oltre la solita foto con la moto, che vedete sotto, e le immagini in azione durante la gara e le prove. Mi è venuta l’idea di ritrarre Angelo non solo per la grande persona che è (un mito!) ma per quello che rappresenta e per quello che lo definisce. Angelo è uno dei pochissimi piloti italiani ad essere mai venuti qui a correre, nella competizione più difficile e nell’ambiente più ostile a cui rapportarsi quando il motocross è la propria professione. Per questo ritratto ho dunque scelto di mostrare la sua licenza AMA di corridore, un passo fondamentale e un documento del tutto unico, che in pochi europei possono vantarsi di avere mai ottenuto.

Per lo scatto ho chiesto ad Angelo di tenere la licenza sollevata davanti al suo viso, che ho usato come sfondo. Per avere la minima profondità di campo e il massimo contributo dello sfuocato ho usato un Canon EF 50mm f1.4 USM su un corpo Canon EOS 5D.

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La sorella sconosciuta

Molti di voi avranno visto le foto della famosa RC250 usata nel 1982 da Donnie Hansen in USA (vedi foto sotto) ma non credo che molti abbiano mai visto la moto qui sopra, il prototipo da cui la moto di Hansen fu derivata. Come si deduce dalle tabelle rosse questa è una moto ufficiale del campionato Jap, e direi che è un modello 1981 (ma potrebbe essere anche un 1980 visto l’anticipo con cui hanno sempre lavorato i giapponesi sulle loro “factory”). Si notano poi i due scarichi, che sia la famosa bicilindrica contemporanea della Gilera disegnata da Witteveen? Qualcuno ha qualche notizia in più?