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I sogni non esistono

Dopo aver scambiato qualche chiacchiera con un amico su Facebook mi sono fermato a pensare alla mia vita, a quello che ho fatto fino ad ora e dove sono adesso.
Ci vuole fortuna, è vero, ma io dico sempre “se vuoi prendere un fulmine in testa vai a cercare un temporale”.
Eccomi qui, a 46 anni vivo negli USA e per lavoro fotografo le gare di Supercross, gestisco il marketing di GIVI USA, viaggio per il mondo in moto e scrivo per Motociclismo FUORIstrada e Moto.it. E quando sono ad Atlanta fotografo modelle nel mio studio fotografico, KABOOM!
Una vera fortuna che tutti i miei sogni si siano avverati… ma sono sogni, dopotutto?
Io credo che sia qualcos’altro. È una passione, una mania, qualcosa che ti arde dentro e che ti trascina… tu devi solo decidere se lasciarti tirare o se fare resistenza.
Io ho deciso da subito di lasciarmi tirare, per vedere dove sarei arrivato. Ho impostato la mia vita in modo da non creare limiti, da non avere ostacoli e poter seguire questa pulsione senza che nessuno ci mettesse becco.
La mia famiglia mi ha aiutato e supportato SEMPRE, anche quando ero un bambino che giocava solo con il Big Jim e la sua Honda Elsinore. Oppure con un piccolo motocrossista di gomma e la sua moto rossa, che credo fosse una vecchia Bultaco o qualcosa del genere.
Poi non dormivo di notte pensando a quel bambino con la minicross che avevo visto al parco Solari, che imitavo mettendo lo stecco del ghiacciolo tra i raggi della ruota dietro della bici (da cross), per fare il “rumore giusto”.
E a 14 anni dopo aver ereditato il Ciao di mia sorella e non essere contento, ho letteralmente sfinito i miei finché mi hanno comprato un Fantic Caballero 50 Regolarità Casa, mozzi conici e forcellone “a banana”.

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Da li non mi sono più fermato: volevo diventare un vero motocrossista ma non avevo il talento ne il budget. Però compravo tutti i numeri di Motocross, Motosprint e Motolombardia, imparando a memoria moto, piloti, marche, nomi delle piste, i nomi dei piloti che avevano vinto un Mondiale in Europa o un Supercross in America. Li snocciolavo tutti, dal regionale Lombardia al Mondiale della 500 o al Supercross USA. E sapevo che caschi usavano, che occhiali, che abbigliamento e che stivali, numero di gara, nome della fidanzata e anche quello del cane, se lo avevano. Una vera mania: mentre i miei amici correvano dietro alle ragazzine io mi scervellavo come vendere il Regolarità Casa per comprarmi l’Enduro Replica.
Poi finalmente l’ho trovato al prezzo giusto, gli ho messo il carburatore Dell’Orto da 19 e il silenziatore SEM, la corona in Ergal Motocross Marketing e il manubrio Ramirez Ram-Anf piega Jobe. Quel gioiello, ovviamente, qualche bastardo me lo ha rubato mentre era parcheggiato davanti alla scuola, che Dio stramaledica lui e tutti i suoi discendenti.

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Ma sono ripartito da una Caballero Super 6M, poi un Fantic 80 Cross prestato da un amico, e poi via di seguito con un Gilera Arizona Rally 250, una Yamaha TT 350, una KTM MX 250 ed infine una Yamaha YZ 125. Tanti soldi sprecati inseguendo il sogno di poter “correre” quando in realtà ero fermo inchiodato. Per carità, sui salti e in discesa non avevo paura e gli davo il gas, ma in curva… ero imbullonato al suolo, un incapace.
Ma la passione non muore mai, e mentre aiutavo in uffico da mio padre a mettere a posto le varie riviste che arrivavano in agenzia, cercando di guadagnare qualche soldo per mantenere in vita il mio scassatissimo ma amatissimo Bedford, ho scoperto “Cinque Sport”. Una rivista che seguiva diverse discipline, tra cui Windsurf, Snowboard e Motocross. Tutta roba che amavo…
E allora, invece di mettere a posto le riviste di cucina o arredamento, invece di archiviare i quotidiani, mi mettevo a leggere Cinque Sport. E vedevo errori, imprecisioni negli anni, nelle date, nelle marche delle moto, nei nomi e nella nazionalità dei piloti.
Per me era troppo da sopportare e un giorno decisi di scrivere alla redazione, offrendomi di correggere le bozze “aggratis”, per amor di precisione.
Dopo nemmeno due giorni mi arrivò una chiamata da Gabriele Dell’Acqua, creatore, editore e direttore di Cinque Sport, che mi invitò ad un colloquio. Da quell’ufficio uscii con il compito di trovare articoli interessanti nel mondo delle moto, a patto che trovassi anche le foto. Io non avevo idea di cosa fosse una macchina fotografica, le foto mi venivano mosse e sfuocate anche con la compattina, quindi coinvolsi il mio amico Roberto Baratelli come fotografo. Con lui seguimmo diverse gare, al punto che decisi di giocarmi l’asso nella manica: il GP della 500 a Namur!
Purtroppo Roberto non poté venire per problemi familiari così decisi di investire in un corpo macchina e due obiettivi – una terribile Yashica 107 Multiprogram, sapientemente rifilatami da un solerte commesso di Photodiscount in Piazza De Angeli a Milano.
Sia come sia, armato dei miei 21 anni appena compiuti, tanto entusiasmo e due dozzine di rullini, saltai sul Bedford trascinandomi dietro il “Paolino” e via, verso il Belgio. Di quella gara ricordo che mi rubarono il marsupio con dentro il pass, per cui dovetti ritornare al centro stampa a mendicarne un secondo (facendo la solita figura da italiano furbetto).
Mi ricordo di aver imbroccato forse 7 o 8 foto in tutto, giusto quanto mi serviva per corredare il pezzo. Non conoscevo nessuno e non sapevo cosa fare, ma l’articolo ve lo allego qui. In due giorni feci almeno 100 km tra i sentieri della Citadelle per trovare uno scatto che non avesse nessun altro. Non ci riuscii ma almeno provai 🙂

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Dopo Namur fotografai il Fast Cross di Arsago, sempre nel 1989, infine il Superbowl di Genova (allora si chiamava così) e Mantova l’anno dopo. Per quell’occasione vendetti la Yashica e comprai una Nikon FM2n ed una coppia di zoom Tamron Adaptall. Ricordo che quasi morii congelato perché ogni albergo era occupato e finii per dormire nel furgone gelido (senza uno straccio di coibentazione, metallo puro a -10C)
Ma fu un rischio che ripagò alla grande: a Mantova conobbi un po’ di gente interessante, e dopo un paio di settimane mi arrivò la chiamata di Ruggero Upiglio, allora direttore di Motocross, che mi offriva di seguire il regionale Lombardia nelle provincie di Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova. Perché nella mia zona (Varese, Como e Milano) c’era già il mitico Luigi Compagni.
Non ci potevo credere! Avrei lavorato per Motocross!

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Dopo solo qualche mese Upiglio mi chiese di andare a Sittendorf, in Austria, a seguire il Mondiale 500 visto che tutti gli altri inviati erano impegnati (ai tempi il Mondiale era su tre classi – 125, 250 e 500 – e si correvano in tre posti diversi nello stesso weekend). Io almeno avevo un po’ di esperienza dell’ambiente (Namur l’anno prima) e avevo già viaggiato all’estero. Ricordo ancora il titolo che Rupi scelse per quel pezzo (KawaThorpe con sfondo Rossi) alludendo alla vittoria dell’inglese in sella alla nuova Kawasaki dopo aver abbandonato la Honda, e alla fantastica prestazione di Franco Rossi.
Poi seguirono altri regionali, una seconda Namur (dove conobbi Sato, Massimo Zanzani ed Enrico Borghi) e altre gare nazionali – incluso un altro Superbowl di Genova e la gara di Europeo 125 a Horn, in Repubblica Ceca, dove Christian Rostagno vinse il titolo. La svolta fu però conoscere Ennio Camisasca, che mi portò con lui a seguire la Baja Montesblancos a Saragozza e mi ingaggiò per raccontargli le gare del Mondiale in modo da poter scrivere i trafiletti per la Gazzetta. Finita la gara lo chiamavo e lui poi preparava il pezzo. Mi ricordo ancora le volte che lo sentivo dettare alla stenografa quando eravamo on the road: una cosa impressionante, incluse virgole, due punti, a capo e maiuscolo/minuscolo. Nel 1990, sponsorizzato da Cinque Sport, seguii anche il Supercross di Maastricht in Olanda e il Supercross di Parigi Bercy, con Ward, Stanton, Johnson e tutti i miei idoli americani. A Parigi conobbi Pat Boulland e rimasi stupefatto dal suo lavoro, tanto che da quel momento iniziai a fargli da ombra ad ogni gara, per copiare (hahaha) le sue inquadrature. Rimanevo li finché non mi scacciava…
Come fotografo stavo migliorando e allo stesso tempo iniziavo a dar fastidio a qualche vecchio barone del settore, che pretendeva di mantenere il controllo totale sull’intero business. Lui e i suoi scagnozzi (non faccio nomi ma avranno per sempre un posto privilegiato sulla mia lista nera – il settore li ha epurati quasi interamente, tra l’altro)… Lui e i suoi scagnozzi, dicevo, mi diedero molto filo da torcere, facendo in modo che non mi venissero rilasciati pass per le gare italiane (all’estero non contavano un cazzo, anche perché io avevo il vantaggio che parlavo già un po’ di Inglese e me li mettevo in tasca in un secondo), ed ogni sorta di porcheria.
Camisasca mi aiutò a tenere duro, e lo stesso fecero Upiglio e Dell’Acqua, che non cedettero mai alle pressioni esterne.
Comunque, ad inizio 1991 avevo messo assieme abbastanza cash per fare il grande salto: una Nikon F4s, un Nikkor 35-70 2.8, un Nikkor 80-200 ED 2.8 “a pompa”, un Nikkor 50 1,4 ed infine il flash SB-28.
Nel 1991 e nel successivo 1992 seguii molte gare, Mondiale 500 (Svizzera, Olanda, ancora Namur, Francia), Mondiale 250 e anche la gara di Mondiale 125 in Belgio, a Genk, dove Stefan Everts vinse il suo primo titolo iridato. Una mia foto di Stefan sulla Suzuki 125 con la sella maculata che ho scattato a Genk ha fatto il giro del mondo, l’ho trovata ovunque (in barba al copyright).

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Pestai anche qualche piede, specialmente al mio idolo di gioventù, Michele Rinaldi (adesso siamo in ottimi rapporti – magari non si ricorda che il tutto partì da me, oops). Ricordo che Jan DeGroot a Namur mi disse che a fine anno Michele e il suo Team, che gestiva Puzar, avrebbe lasciato la Suzuki per passare alla Yamaha. Decisi di mettere la notizia in Radio Paddock all’interno del mio servizio sulla gara e Upiglio, dopo avermi chiesto 100 volte se fossi proprio sicuro, decise di pubblicare la bomba. Apriti cielo! Venne fuori un vespaio esagerato, ma Ruggero mi difese a spada tratta e in effetti si, Rinaldi passò davvero alla Yamaha a fine stagione. Tutti zitti 🙂

2011-05-20 16.51.00 Il 1992 è stato il mio ultimo anno della “prima fase”. A fine stagione ero stravolto, avevo quasi fuso una Golf GTI viaggiando in tutta Europa e la Chesterfield stava lasciando il settore, prosciugando le casse di tutto l’ambiente. Mi ricordo che il colpo di grazia fu “Motocross 7” un settimanale fatto da Motocross che usciva in edicola ogni mercoledì. La mia routine era pazzesca, specialmente in quanto a me toccavano tutte le gare della 500 o dell’Europeo 125 che erano per la maggior parte nel Nord o Est Europa. Partivo il venerdì e viaggiavo tutto il giorno, bruciando dogane e gestendo anche sei o sette valute diverse. Il sabato c’erano le prove, poi alla domenica bevevo solo caffè o coca-cola perché mi attendeva una notte da incubo. Finita la gara battevo il pezzo sulla mia Olivetti Lettera 32, poi mi mettevo in fila per mandare il fax in redazione. A Motocross avevamo due linee, ma tra regionali, altri mondiali di cross, enduro e trial, era sempre una roulette russa. La regola non scritta era che provavi per tre volte, se era occupato mollavi il colpo e ti rimettevi in fila dietro agli altri inviati in sala stampa, che quasi sempre era un terribile vecchio bus inglese a due piani, super puzzolente (specialmente in caso di gara bagnata).
Quando finalmente il fax passava balzavo in macchina e da OVUNQUE fossi dovevo arrivare a Milano entro le 7 di mattina per depositare i rullini da sviluppare nella famosa “bocca di lupo” della Reversal in via Osoppo. Una tragedia, ricordo che morivo di sonno e il momento peggiore era sempre la Svizzera, dove d’estate in quegli anni si poteva andare solo a 100 all’ora in autostrada, e ci arrivavo regolarmente verso le 4 del mattino, una sofferenza. Depositati i rullini potevo andare a dormire qualche ora ma al pomeriggio dovevo andare in redazione a scrivere le didascalie… Per farla breve a fine 1992 ero completamente bruciato, odiavo il motocross e tutto quello che ci girava attorno. Upiglio mi offrì un posto in redazione ma rifiutai per finire i miei studi in Scienze Politiche, e quando mi richiamarono nel 1993 (anche se Motocross 7 nel frattempo era defunto) declinai l’offerta.
Dal 1993 fino al 2002 non ebbi più nulla a che fare con il fuoristrada. Lavorai per diverse aziende del settore, girai il mondo (non scherzo, Taiwan e Pakistan inclusi) e mi appassionai di Superbike e soprattutto di musica blues, al punto da mettermi a suonare professionalmente l’armonica per circa 5 anni, mentre finivo gli studi e facevo il militare negli Alpini.

5126030617264454360 Come sono tornato al motocross? Semplice: Simon Cudby.
Nel 200 il mio amico John McCoy mi regalò qualche vecchio numero di RacerX, che proprio in quei mesi stava passando da tabloid in bianco e nero a rivista a colori. Beh, le foto di Cudby su RacerX sono l’unica vera ragione per cui mi è tornata la voglia di fotografare le gare di motocross. Glielo dico sempre, e lui dice che ha risvegliato un mostro 🙂
Ci ho pensato e ripensato, e la fida F4s era sempre li nella borsa pronta a saltar fuori. Non avevo mai smesso di fotografare e nel frattempo avevo comprato anche il mio primo Nikkor 300 2.8 ED, perché lo volevo… e basta. L’amico Beppe Diena nel 2002 mi presentò ad Eugenio Cova, che nel frattempo era diventato direttore di Racing Offroad, e nel giro di poche settimane iniziai a seguire il regionale UISP Piemonte sotto la supervisione di Simone Arri. Eugenio mi convinse ad investire in un corpo digitale, una Nikon D100, ed abbandonai la pellicola. A fine anno fotografai il Supermotard all’interno del palasport di Genova e la mia gallery su Ultramotard.com attirò molta attenzione. Nel 2003 seguii qualche gara di Mondiale Supermoto e in occasione della gara di Monza rividi Edoardo Pacini che nel frattempo era diventato direttore di Motocross. Dopo il Salone di Milano lasciai Racing Offroad e tornai a Motocross per seguire un po’ di tutto, dall’italiano trial cadetti alle gare veteran di cross ed enduro. A fine anno rividi Roberto Ungaro e Zep, che mi parlarono del progetto Motociclismo FUORIstrada, che era nata proprio in quei mesi.
Nel 2004 (anno in cui passai a Canon) seguii un po’ più gare di Motocross e realizzai anche la prima intervista ufficiale su Motocross di Cairoli e Philippaerts, in occasione della gara di italiano a Fermo. Con l’arrivo dell’estate Ungaro mi contattò per fotografare un paio di cose per FUORI, se non c’erano problemi con Motocross. Dopo aver ricevuto il via libera da Pacini Ungaro mi affiancò al mitico Roberto Dagradi e con lui (che adesso lavora per Motocross, ironia della sorte) iniziò uno dei più proficui rapporti di lavoro e anche e soprattutto una delle più grandi amicizie della mia vita. A fine anno ero a un bivio: Pacini mi offriva il Mondiale di Supermoto e forse qualche gara di Mondiale Motocross (che era adesso territorio di Zep dopo il suo passaggio a Motocross). Ungaro mi offriva una serie di servizi vari e una continuità di lavoro, più la possibilità di seguire il Supercoss USA. What? Credo di averci messo meno di un secondo a decidere, e l’8 gennaio 2005 ero in California per Anaheim 1.
Da li la storia è breve: tra 2005 e 2008 ho fatto avanti e indietro tra Europa e USA, dividendomi tra AMA Supercross, AMA Supermoto, Mondiale MX1 e Mondiale Supermoto.

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A fine 2008 ho deciso di fermarmi in USA, proprio nel momento della crisi economica. Frank Hoppen mi ha aiutato dandomi lavoro per Kawasaki USA e Boost Mobile, ma alla fine tiravo troppo la corda e dopo aver sofferto per due anni a Los Angeles (con di mezzo anche un divorzio) mi sono trasferito ad Atlanta dove sono rinato fisicamente, mentalmente e finanziariamente.
Ok adesso basta… mi bruciano le dita e gli occhi, è mezzanotte e oggi ho guidato 8 ore di fila per tornare dalla Florida.
Ma quello che voglio dire è: non basta sognare. Le cose vanno fatte. Le idee non valgono nulla se rimangono in testa.
Io ho impostato la mia vita per essere sempre pronto a saltare su ogni treno che si presentava. Ho rinunciato ai figli, ho lasciato il mio Paese ma sono felice e faccio quello che amo. Quello che ho sempre amato.
Coltivate la vostra passione e non lasciate che nessuno vi faccia cambiare idea… state pronti a saltare e prima o poi anche il vostro treno passerà. E se dovesse essere già passato non preoccupatevi, ne arrivano in continuazione, sta a noi riconoscerli.